Le scarpine di feltro (lanose)

scarpine_thumbDa quando è arrivata, Agata per me è la Tarassippa. Queste scarpine sono sue. A chi volesse farne di simili, basteranno un po’ di feltro, un po’ di pazienza e un modello di scarpine per bambole, adattabile secondo necessità. E potete fermarvi qui. Ma la storia di queste scarpine è diversa; richiede uno sforzo di immaginazione, dieci minuti di tempo ad altro rubato e voglia di camminare a passo lento lungo vie dimenticate…

La Tarassippa* e le scarpe lanose

Era circa metà mattina; il mercato era zeppo di gente, i venditori coi cesti e le anfore facevano su e giù e tutti sembravano avere fretta, forse per colpa di quei nuvoloni che avevano già avvolto tutta l’acropoli come un mantello umido e sbrilluccicoso. Era come se la natura volesse in qualche modo avvisare che lei stava arrivando e bisognava stare all’erta, almeno un pochino. Non che fosse tanto pericolosa, per carità; ma inciamparci  al momento sbagliato avrebbe potuto anche essere seccante, per qualcuno. Nessuno tuttavia quel giorno sembrava aver tempo per accorgersi di quel musino stupito spuntato dietro una colonna della stoà; l’aria elettrica spingeva la brulicante folla cittadina a rintanarsi dentro casa, ognuno rannicchiato nel proprio cappuccio, con lo sguardo fisso sui propri piedi. Quando cominciarono a cadere i primi goccioloni la piazza era oramai quasi vuota, e solo la vecchia che sedeva ogni giorno sotto il portico, sempre un po’ brilla, vide la piccola Tarassippa che sgusciava fuori dall’ombra. La salutò con un cenno del capo, come faceva con tutti i mostriciattoli che la mente nebbiosa le poneva continuamente davanti, e senza scomporsi volse il suo sguardo vacuo da tutt’altra parte. La creaturina però quel saluto inaspettato lo colse al volo, e ricambiò con un sorriso sdentato ma pieno di gratitudine.  Non aveva capito per niente dove doveva andare, anzi non era nemmeno sicura che glielo avessero detto quelli che, dentro a un fagotto di tela, la avevano portata e mollata lì senza troppi complimenti.

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I rumori la attirarono verso la strada, fuori dalla piazza.  Si camminava male sul lastricato umido, i suoi zoccolini non facevano presa e scivolavano via facendola rotolare a terra ogni tre passi. Fu proprio mentre, a sedere in un a pozzanghera,  si guardava intorno per raccapezzarsi  su quale direzione prendere che un cavallo, lanciato al galoppo nella sua direzione, si impennò all’improvviso davanti ai suoi occhi, scaraventando a terra un indignatissimo quanto incredulo cavaliere, che atterrò nel fango in una nuvola di imprecazioni agli dei. La Tarassippa, ferma in mezzo alla strada e con gli occhi sbarrati, si rannicchiò ancora di più, incapace di comprendere quale fosse la ragione di tanta confusione. Proprio sulla sua traiettoria, intanto, un carretto usciva dalla curva: in un numero da acrobata il conducente, tentando di frenare i cavalli, fece piroettare su due ruote il carro che andò a capovolgersi con gran fracasso di cocci e legni spezzati. Nel frattempo i pochi passanti si erano radunati sul luogo dell’incidente, attirati dalle urla e dal baccano; bastò loro uno sguardo, complice e costernato, per intendersi e dare l’unica spiegazione plausibile dell’accaduto: un maledetto tarassipo sulla strada! I cavalli erano ancora agitati, soffiavano dal naso e puntavano gli zoccoli. E il cavaliere, nella concitazione generale, giurava e spergiurava di aver visto una sagoma scura e informe che, incespicando, sgattaiolava via in un vicolo.
Dunque era questo che facevano i tarassippi  (e le tarassippe,  anche). Spaventavano i cavalli. Mica lo sapeva, lei. Però aveva capito benissimo che non sarebbe stato facile trovare aiuto in città, figuriamoci ospitalità e qualcosa da mangiare. C’era ben poco di cui stare allegri; ma dal momento che era smesso di piovere, decise di incamminarsi e provare a uscire dall’abitato. Forse, nel bosco, almeno sarebbe riuscita a camminare decentemente, senza scivolare ad ogni passo.
Intanto nelle case del centro non si parlava d’altro. Un tarassippo in città! In capo alla giornata tutte le stalle furono sbarrate, i cavalli incappucciati, i bambini terrorizzati, i trasporti interrotti e le signore rispettabili cominciarono a svenire ogni volta che si affacciavano alla finestra. Misero addirittura le ronde, per stanare e allontanare qualunque tarassippo si fosse avvicinato troppo. Se alla Tarassippa fosse rimasto qualche dubbio sulla benevolenza degli umani, glielo tolse definitivamente una sassata che la colpì di striscio, seguita da una sfilza di maledizioni, non appena provò ad affacciarsi alla porta di un cortile. A sera, i suoi passini irregolari la avevano condotta appena fuori città. Il buio e la fame le rendevano impossibile proseguire, e la Tarassippa decise di approfittare di una vecchia cassa rotta che giaceva abbandonata al bordo della strada come rifugio per la notte; ci entrò dentro, si coprì gli zoccolini con la lunga coda pelosa e si addormentò.

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Quando, la mattina seguente, i primi raggi del sole cominciarono a filtrare tra le assi della cassa, la tarassippa aprì un occhio. E ne vide un altro, giallo, fisso nel suo. Ahia.  Sperando di aver visto male, lo chiuse subito e aprì quell’altro. Anche questo aveva davanti un occhio giallo, perfettamente vigile e simmetrico a quello di prima. I due occhi gialli appartenevano a un muso lungo e appuntito, e a guardarli tutti e due insieme erano anche un pochino strabici. In cima al muso c’era un naso umidiccio e tremolante, che la fiutava già  da un bel po’, probabilmente. La Donnola, curiosa e probabilmente in cerca della colazione, si era infatti avvicinata alla cassa quando ancora non era giorno ed era rimasta lì, col muso dentro e le zampe posteriori fuori, incerta sul contegno da adottare nell’approccio con quella creaturina. “Non è colpa mia se sono caduti ma non posso tornare là che mi tirano i sassiiii!!!” disse tutto d’un fiato la Tarassippa “e mi fa male uno zoccolino perché scivolo sempre”. Gli occhi gialli della Donnola si allargarono ancora di più. Approfittando della sua incertezza e vedendo che la bestiola si tirava dietro, legata sulla schiena, una reticella con delle noci, in un sussurro aggiunse anche: “E ho fame”. Il cupo brontolio uscito dalla sua pancia, che sembrò voler chiosare e ribadire il concetto, fece sciogliere l’imbarazzo della Donnola in una gracchiante e bonaria risata. “Va bene, cosina. Vieni con me. Non saprei come aiutarti al momento, ma intanto puoi raccontarmi la tua storia; anche io mi allontano dalle case. E poi ho qui poche noci, qualche oliva e delle ghiande. Per strada sgranocchieremo qualcosa”. “Perché vai lontano dalle case? Tirano i sassi anche a te?” “Ehm… già.” Tagliò corto la Donnola con aria evasiva. “Problemi con le galline…”.
Lungo il sentiero per il bosco non c’era nessuno, e l’erba soffice aiutava il passo claudicante della Tarassippa. Sebbene fosse abbastanza a proprio agio, non era tuttavia riuscita ad essere molto chiara nel suo racconto; c’erano cavalli che avevano paura di lei; umani che avevano paura di lei; c’era un portico e un fagotto, c’era una vecchia e un gran vociare. La cosa più chiara era la grande confusione che aveva in testa, e di sicuro la piccola Tarassippa non sapeva dove andare.
“Ti porterò dalla Capra Crespa. Lei aiuta tutti gli animali” fu la risoluzione della Donnola; subito dopo però gettò un’occhiata strabica alla Tarassippa, incerta su cosa esattamente essa fosse “aiuterà anche te, vedrai”. Man mano che procedevano nel cammino le provviste della Donnola diminuivano e il passo della Tarassippa, sempre più stanca, si accorciava a vista d’occhio. Quando giunsero allo steccato il sole era alto e la Tarassippa, attaccata alla coda della Donnola, si faceva trascinare imbambolata. La Donnola si arrampicò sulla staccionata come se il luogo le fosse estremamente familiare e scrutò per bene in giro; poi scese e cominciò a raccogliere delle erbe che crescevano intorno ai pali, fino a farne un mazzetto. Lo porse alla Tarassippa, con gesto brusco ma eloquente, e iniziò a fischiare con una specie di flauto di canne, uscito dalla reticella delle provviste, che evidentemente si portava sempre dietro. Di lì a breve un grosso mucchio di peli crespi di un colore caldo e dorato si avvicinò allo steccato; ne fuoriscivano due corna ritorte e un lungo muso marrone, che, fiutato il profumo delle erbe, si avvicinava diritto in direzione della Tarassippa. Era sorprendente come tutta quella massa, camminando, non facesse  alcun rumore.

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“Mi hai chiamato, Donnola?” Biascicò con uno strano accento tremolante, spostando rumorosamente da un lato all’altro della bocca un rametto scortecciato e schioccando più volte la lingua.  “Ti ho portato lei. Problemi coi cavalli, con gli umani e con gli zoccoli”. Soltanto seguendo l’unghietta ricurva della donnola che indicava verso la tarassippa, la capra crespa parve accorgersi della cosina che stava ferma ferma ai suoi piedi, guardando in su. Forse sorrideva anche, ma la Capra non riusciva a leggere tanto bene il suo musino. Però aveva capito di che creatura si trattasse; nella sua lunga vita ne aveva visti almeno altri due, di tarassippi. La Tarassippa, incapace di parlare, allungò sotto il muso della capra il mazzettino di erbe, che fu risucchiato alla velocità della luce. La Donnola le venne in soccorso: “L’ho dovuta tirare, attaccata alla coda. Scivola, non ce la fa a camminare. E fa rumore, i cavalli la sentono arrivare da lontano e si spaventano. La gente si arrabbia e la caccia via”. Intanto la piccola dondolava davanti a sé uno zoccolino consumato e sbucciato, a dimostrare quanto la sua accompagnatrice stava raccontando. La Capra annuì, ciucciando lo stecchino, con l’aria di chi la sa lunga, e lanciò un fischio acutissimo. La Tarassippa trasalì, ma rimase seduta sulla pietra che intanto aveva scelto come sgabello, guardando fissa la massa ondeggiante della lana vaporosa che le chiudeva la vista su tutti i lati. All’improvviso apparve, rotolando tra le zampe anteriori della Capra (che solo allora la Tarassippa vide calzate in una specie di morbide pantofole) una pallina di spine che si stoppò di colpo ed esplose in un piccolo riccio.
“Vai Riccio Cardatore” disse la Capra “sai tu cosa fare!” Girando intorno alla Capra, il Riccio cominciò con mosse rapide e precise a staccare dei piccoli ciuffi di lana; quando ne ebbe raccolta una piccola matassa, sistemò due piccole nuvole pelose attorno agli zoccolini della Tarassippa e, staccatosi una spina, cominciò ad infeltrire.  I movimenti del Riccio erano così veloci che era impossibile seguirli; in brevissimo tempo, però, si materializzano attorno agli zoccolini della Tarassippa due babbucce con la punta all’insù, morbidissime e calde, che facevano anche un’ottima presa sul terreno. Prima che tutti potessero dire qualcosa, il Riccio si allontanò di qualche passo, guardò con aria soddisfatta la sua opera e con un movimento abilissimo formò di nuovo la palla e rotolò via. “Manca ancora qualcosa, però…” si fece avanti la Donnola. “Ecco!” Esclamò trionfante, tirando fuori dalla retina due ghiande e mettendole sulla punta delle babbucce.  “Ora sono più eleganti!” “Con queste non farai rumore e non scivolerai più; potrai camminare sui prati e sul selciato, e potrai tornare da noi ogni volta che vorrai!”  spiegò finalmente la Capra.
La Tarassippa, al colmo della felicità e della gratitudine, mosse dapprima qualche passino, poi cominciò a ballare, a saltellare e a ridere. E la sua risata fu udita da tutti gli animali nelle vicinanze, ed era un suono così buffo che tutti cominciarono a ridere a loro volta.
Da quel giorno, quando la Tarassippa si avvicinava, non si sentiva più rumore di zoccoli, ma una risatina allegra come un tintinnio, che immediatamente contagiava tutti quelli che la sentivano. Cavalli e umani compresi.

*Nella mitologia greca il tarassippo è un demonietto che fa imbizzarrire i cavalli, e si nasconde alla curva dell’ippodromo, laddove è più facile che i cavalli escano dalla pista facendo rovesciare i carri.

11 pensieri su “Le scarpine di feltro (lanose)

  1. Ho avuto la fortuna di vedere dal vivo sia le scarpine che la destinataria, entrambe bellissime! E quando ho saputo che c’era anche una storia, non aspettavo altro che leggerla! Complimenti, è veramente meravigliosa!

  2. Agata è davvero fortunata! Scarpine e favola: un binomio strepitoso! Da parte mia muoio dalla curiosità di sapere se per caso è in lavorazione anche un bel disegno 😉 Bravissima 👍

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