Storia di un albero #3. Il ramo attaccapanni

attaccapanni_thumbNon so esattamente quale sia la sua storia; per certo so che a un certo punto è approdato su una bella spiaggia salentina, e che l’ha percorsa per un buon tratto trascinato con una corda. Che è stato ospite in una casa di Lecce, e che ha percorso più di mezza Italia comodamente seduto sul sedile anteriore di un’auto, per venire ad attendere paziente il suo destino, prima nell’ingresso di casa e poi in garage. Tutto questo accadeva un anno e mezzo e un trasloco fa. Uno dei progetti più lunghi e accarezzati che abbia mai portato a termine: ma finalmente quel bel ramo di pino è lì, dove l’avevo immaginato dal principio, il terzo albero venuto nel Fancyhollow a raccontare le sue avventure. E siccome ho il privilegio di inventarmele, quelle avventure, mi piace pensare che sia un bel ramo di pino nato e cresciuto tra le rovine di marmo di un’isola greca, che un bel giorno ha pensato di andare a vedere chi c’era di là dal mare…

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Quando l’ho visto, ho subito deciso che il mio ramo sarebbe diventato un attaccapanni, e, durante tutto il tempo trascorso prima di realizzarlo, ho avuto modo di organizzare con calma la sua trasformazione. Per appenderlo alla parete lo ho legato con della corda grezza, realizzando due grossi cappi da agganciare a due occhielli avvitati nel muro.

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Come ganci ho scelto di utilizzare dei vecchi chiodi da trave, che in tutto il tempo di gestazione del progetto ho avuto modo di cercare nei mercatini dell’antiquariato. Prima di inserirli li ho trattati con un apposito spray trasparente, invisibile una volta essiccato, che rende la superficie più liscia e arresta il processo di ossidazione senza togliere l’aspetto consunto.

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Per coerenza ho dipinto con lo smalto anche gli occhielli, che color acciaio avrebbero stonato, donando loro una bella patina color ruggine. L’inserimento dei chiodi è stata la parte più difficile: mi sono fatta aiutare a forare prima il ramo con il trapano, per evitare che si spaccasse, e poi piano piano li ho piantati con il martello finché si sono bloccati da soli. Una miglioria apportata a progetto finito è stata bloccare i giri di corda attorno al ramo con dei chiodini sottilissimi: in questo modo si evita che, sotto il peso dei cappotti, il tronco ruoti su se stesso rivolgendo i “ganci” verso il basso.

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Ed ecco il mio attaccapanni finito, un po’ silvestre e un po’ marino, a portare un’altro tocco di natura e di storia vissuta nella mia casa!

Una curiosità: in tempi non sospetti il ramo aveva già fatto la sua silenziosa comparsa nel Fancyhollow, con una funzione neanche troppo diversa da quella attuale… lo ricordate?😉

17 pensieri su “Storia di un albero #3. Il ramo attaccapanni

  1. Bello! Ho anche io un legno recuperato da una spiaggia ma ha una forma strana e non riesco a trovargli una collocazione. Ormai fa parte dei miei oggetti “speciali” e quando con l’ultimo trasloco il marito l’ha guardato come a dire “buttiamo?” si è preso un’occhiataccia.🙂

  2. Anch’io amo raccogliere e conservare i rami trovati in spiaggia (e ho tenuto pure una bellissima radice trovata nel bosco e dalla natura superbamente trattata). Al momento li conservo nell’anfora porta-ombrelli (al posto di quest’ultimi) ma con l’intenzione di trasformarli in altro… prima o poi!🙂
    Il tuo riutilizzo denota attenzione e ricerca e ne è uscito un accessorio utile e molto bello che vi accompagnerà ancora per molto tempo.

  3. Mi piace la storia di questo ramo che viene da lontano. La prossima volta che vengo da te dirò al mio cappotto che, mentre noi chiacchieriamo, lui si faccia raccontare questo lungo e meraviglioso viaggio…😉

  4. Mi piace; il legno è sempre vivo anche se si è staccato dal proprio albero e ha fatto tanti chilometri per mare e per terra. Complimenti per l’idea.

    Ciao
    Flavia

  5. Eccolo finalmente! Dopo averlo usato non potevo aspettare ancora per vederlo qui! Io purtroppo in fase trasloco mi son dovuta arrendere e separarmi da qualche amato steccolo morto😦

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