Sul canale

draghino1Poco tempo fa, a Londra, ho avuto l’opportunità di fare un giro lungo il Regent’s Canal, dove la mia attenzione è stata catturata dal particolare “arredamento” delle chiatte ormeggiate in modo stanziale. Tornata a casa, mentre preparavo una cartolina per il Il mio tè, ispirata dall’insolita collocazione di una teiera sul tetto di una chiatta, mi si è dipanata davanti tutta la storia che quella teiera avrebbe potuto raccontare. Per una volta vi presento quindi una creazione un po’ diversa dal solito… senza altra pretesa che la tenerezza, quella che mi ha suscitato l’accozzaglia di oggetti galleggianti che popolano questa strana via d’acqua.

Uno sciacquio improvviso sconvolse la tranquillità del canale, mentre gli ultimi raggi di sole coprivano di pagliuzze dorate gli spruzzi partiti in ogni direzione. “Bello grosso dev’essere questo” borbottò l’Omino della Chiatta, pensando ai soliti germani un po’ goffi che ogni sera al tramonto si posavano sull’acqua per tornare al loro nido. Socchiuse gli occhi e assaporò lentamente il liquido, anch’esso dorato, che restava nella tazza. Solo uno sbuffo, una specie di colpo di tosse, si aggiunse alla consueta melodia di rumori con cui il canale, alla fine della giornata, salutava la città. A dire il vero anche la Chiatta si mosse un pochino, una specie di brivido, poi niente.
regentscanal1“Ehi, della Chiatta…” Questo saluto improvviso, quella voce argentina e insieme un po’ rauca, questo sì che fece trasalire l’Omino. A quell’ora non passava nessuno, o nessuno che salutasse, almeno. Nella luce oramai fioca del crepuscolo si sforzò di guardare oltre l’argine, ma niente. Sulla strada, allora, sopra il ponte. Macché. “Sono qui!” era proprio sulla coperta. Accucciato sulle zampe posteriori, la coda avvolta attorno al corpo, coperto di squame verdoline e con due sottili fili di fumo che uscivano dalle narici. “Ti vedo, ti vedo” constatò l’omino. “Ti vedo, eppure non ho bevuto neanche una birra”. In effetti, di vedere un drago non capitava tanto spesso, almeno senza aver bevuto neanche un goccio. “E chi saresti tu?” “Un draghino”. In effetti la risposta era piuttosto ovvia, e la domanda anche un po’ inutile. Sarebbe stato più logico chiedere perché c’era un drago in città, o chiamare la polizia o magari la tv. L’Omino invece lo guardò, gli girò intorno, poi andò a sedersi al tavolino di ferro battuto che stava a prua e si accese la pipa. “Vedi? Anche io faccio gli sbuffi di fumo” disse al draghino, pensando di farselo amico. La bestiola, che lo aveva seguito, si accucciò ai suoi piedi. “Che vuoi?” chiese ancora l’Omino della Chiatta. “Il tè”. L’omino allora accese il piccolo fornello a gas che stava sul tavolo e ci mise su un barattolo di latta con dell’acqua. “No ma io lo voglio nella teiera, per questo sono venuto da te”. “La teiera?” Questo sì che sbigottì davvero l’Omino. Lui non possedeva una teiera, non sapeva neanche com’era fatta una teiera, lui stava sulla Chiatta, figuriamoci se aveva un servito da tè. “Tu ce l’hai la teiera, l’ho vista sul tetto”. Ecco. Un drago che chiedeva il tè da una teiera sul tetto della Chiatta. regentscanal2L’Omino doveva essere davvero stanco. Ma il draghino stava lì davanti a lui, convinto più che mai, e lo fissava, come fosse la cosa più normale del mondo. E quando l’Omino alzò la lanterna per vederlo meglio il debole fascio di luce colpì qualcosa tra i vasi di fiori sul tetto. Un bagliore metallico improvvisamente richiamò alla mente dell’Omino un giorno di tanti anni prima, quando qualcosa di pesante lanciato da una finestra affacciata sul canale rimbalzò sulla Chiatta, si inabissò con un tonfo e riemerse galleggiando a pochi metri da lui. La corrente e il manico di un ‘ombrello erano stati sufficienti perché l’Omino recuperasse una vecchia teiera di peltro senza coperchio, evidentemente diventata inutile al suo precedente proprietario. A dir poco estranea al ménage della Chiatta, la teiera era diventata un vaso come gli altri, mimetizzata così bene tra i fiori che era stata dimenticata.
Come ripetendo gesti familiari allora l’Omino recuperò la teiera, la svuotò dai residui di terra che conteneva, ci versò l’acqua e mise su il tè. Poco dopo, chi fosse passato di lì avrebbe potuto vedere levarsi dalla Chiatta cinque fili di fumo: due tazze, una pipa, due narici.
Quando le tazze furono svuotate per l’ultima volta la notte era oramai inoltrata. “Grazie”, disse il draghino. “Buona notte, allora” disse l’Omino. E si ritirò a dormire sottocoperta. Il draghino si stiracchiò, sbuffò, e, acciambellatosi proprio sulla punta della Chiatta, si addormentò.

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La mattina seguente una bella scultura di pietra grigia, una specie di gargoyle, fu notata dai passanti sulla prua della chiatta, vicino al tavolino. Al sole splendeva come se fosse coperta di brillantini. In molti si complimentarono con l’Omino per la decorazione che aveva acquistato, qualcuno rideva, qualcuno ne apprezzava l’originalità. Ma si sa, chi vive sul canale è un po’ strambo, pianta i fiori nelle teiere e decora la Chiatta come fosse una cattedrale. L’Omino sorrideva sornione e rispondeva vago alle domande, se gliene rivolgevano.
Ma se qualcuno fosse passato di lì dopo il tramonto, da quella sera in poi, avrebbe sempre visto levarsi dalla Chiatta cinque sottili fili di fumo; e se qualcuno avesse annusato l’aria avrebbe sentito profumo di tè, tabacco, e un sottile odore di bruciato.

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